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Aristide Gabelli
Aristide Gabelli (Belluno, 22 marzo 1830 – Padova, 6 ottobre 1891) È il più noto dei pedagogisti positivisti italiani. Nato a Belluno, da famiglia nobile ormai ridotta in modeste condizioni finanziarie, si diploma come ingegnere e insegna matematica nelle scuole medie. Nel 1859 si trasferisce a Milano, dove dirige una scuola tecnica e poi un convitto. Dieci anni dopo è nominato provveditore centrale agli studi, con il compito di studiare la realizzazione dell’obbligo scolastico (che avverrà parzialmente nel 1877 con la legge Coppino). Nel ’82 va in pensione e si dedica a scrivere e alla vita parlamentare. Deputato nel 1886, nel 1888 prepara la riforma dei programmi per le elementari, tentando di dare ad esse un fine formativo che non sia il rudimentale insegnamento. Introduce la ginnastica e il canto corale e raccomanda l’osservazione del “mondo dei fatti” al posto del nozionismo, a proposito dell’insegnamento dei “doveri dell’uomo e del cittadino” si affida soprattutto alla “disciplina scolastica” che il maestro saprà impartire: “la disciplina è lo strumento più poderoso che stia in mano al maestro, per formare nell’alunno l’abitudine di adempiere ai suoi dovere”. Il maestro avrebbe dovuto promuovere principalmente “la fiducia , lo spirito di associazione, il credito, il lavoro e così la scuola renderebbe un servizio assai più prezioso che col propagare la conoscenza delle lettere dell’alfabeto. Formare della gente retta, tranquilla, solida e seria, ecco il fine”. L’insegnamento della religione cattolica, da lui molto criticata in confronto ai meriti culturali del protestantesimo, viene mantenuto nella scuola elementare come elemento importante del senso dell’ordine individuale e sociale. Naturalmente, Gabelli auspica un insegnamento religioso non dogmatico, ispirato ai valori evangelici validi per tutti gli uomini di buona volontà, anche se non credenti. L’aspetto più positivo dei numerosi interventi pedagogici di Gabelli fu quello metodologico-didattico, al cui fondamento vi era l’idea che l’istruzione educativa dei primi anni servisse a formare abiti mentali e operativi che poi avrebbero seguito per tutta la vita. È l’idea dell’educazione una tantum, data nell’età evolutiva ma una volta per tutte e valida per sempre. In questa luce, il metodo adottato acquista una doppia importanza per l’efficacia che avrebbe dato all’apprendimento in genere e soprattutto perché sarebbe stato interiorizzato, appunto come “metodo di pensare che dura tutta la vita, che entra in tutte le azioni umane”. Una caratteristica dell’impostazione gabelliana era la ricerca del “metodo naturale”, ossia del metodo che permette al bambino, sin dai primi giorni di vita, di apprendere le funzioni essenziali di passare poi alle prime forme di socializzazione e di ricavare da esse spunti e modelli di pensiero e d’azione, dopo avere osservato esplorato l’ambiente circostante (veniva anche detto “metodo intuitivo” o “metodo oggettivo”). Molto nota è una memoria presentata da Gabelli al congresso pedagogico del 1880 poi pubblicata con il titolo: Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d'Italia, in cui sostiene la necessità di adeguare i programmi scolastici a quelli delle altre nazioni europee: Storiella del pesce vivo o morto: in accademia venne bandito un premio a chi avesse saputo trovare le ragioni per le quali un pesce morto pesa più di uno vivo. Naturalmente, per un’indagine che supponeva le conoscenze dei più riposti secreti della natura, il premio non era piccolo e riuscì straordinario il numero di coloro che con lunghi ragionamenti, movendo da principi ineccepibili e traendo logicamente le più lontane deduzioni dimostrarono fino all’evidenza le conseguenze di questo problema. Soltanto un uomo di poca fede, pensò di mettere sulla bilancia i due pesci e fece constatare che pesavano lo stesso. La morale di questa storiella è che il difetto della nostra cultura è soprattutto della nostra scuola è il verbalismo e l’intellettualismo, in realtà sarebbe più semplice e utile constatare le cose nella realtà. Occorre, fin dall’istruzione primaria, formare il prezioso strumento-testa, senza il quale l’uomo rimarrebbe per tutta la vita e in tutte le cose una barca senza timone, una cannuccia che il vento piega ora in qua ora il là.
In questa opera Gabelli si oppone nettamente al nozionismo, l'educazione scolastica deve avere principalmente il compito di sviluppare il pensiero, di "formare le teste": "Le cognizioni non poche volte, e forse il più delle volte, dopo un po' di tempo di desuetudine dagli studi, vengono in molta parte dimenticate, quando invece il modo di pensare dura tutta la vita, entra in tutte le azioni umane…". La scuola secondo Aristide Gabelli deve non solo liberare l'individuo dall'ignoranza, ma anche metterlo in grado di pensare autonomamente esercitando il senso critico, in modo da poter partecipare utilmente alla vita sociale e civile e contribuire allo sviluppo economico del paese. Aristide Gabelli è stato tra i principali promotori del positivismo filosofico in Italia. Non ne condivise però alcune tendenze, come il materialismo e l'atteggiamento anticlericale. Più che un teorico del positivismo, come è stato Roberto Ardigò, fu colui che volle tradurne in pratica i princìpi nell'organizzazione scolastica. La sua concezione filosofica è considerata molto affine al pragmatismo dell'americano John Dewey. Opere L'uomo e le scienze morali (1869)
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